Il lago che non muore.

A centosessantotto metri sotto la superficie del Lago Albano non c'è pesce, non c'è luce, non c'è ossigeno. C'è solo un ricordo geologico. Il ricordo dell'ultimo respiro di un vulcano che, forse, non è ancora del tutto morto.
I geologi lo chiamano complesso vulcanico dei Colli Albani. È una caldera enorme, larga più di dieci chilometri, la cui ultima grande eruzione risale a circa trentaseimila anni fa. Da allora è entrata in una fase di quiescenza. Ma quiescenza non significa estinzione. E il Lago Albano, con i suoi centosessantotto metri di profondità che ne fanno il più profondo del Lazio, è la finestra da cui il vulcano continua a osservare il mondo.
Come nasce un lago di cratere
La forma perfettamente circolare del Lago Albano non è un caso. È il risultato dell'unione di due crateri vulcanici — bocche esplosive che si sono aperte una accanto all'altra e che, riempiendosi di acque piovane e sorgive, hanno dato vita a un unico specchio d'acqua di circa sei chilometri quadrati.
Il lago non ha immissari significativi né emissari naturali. È un bacino chiuso, che si alimenta di piogge e falde. Per questo, storicamente, tendeva a crescere di livello, minacciando il territorio circostante. Da qui l'intervento umano più antico e più straordinario di tutta l'ingegneria idraulica romana: l'emissario artificiale.
L'emissario del 398 a.C.
Nel 398 a.C., durante l'assedio di Veio, i Romani scavarono una galleria sotterranea di quasi due chilometri e mezzo per abbassare il livello del lago. La leggenda vuole che l'oracolo di Delfi avesse profetizzato che Roma avrebbe conquistato Veio solo dopo aver domato le acque del Lago Albano. Storia o mito, la galleria fu davvero scavata, ed è ancora oggi perfettamente funzionante dopo ventiquattro secoli.
La galleria è alta circa un metro e mezzo, larga poco più di uno, scavata nel tufo. Attraversa la caldera in leggera pendenza e sfocia nella campagna di Ariccia. È una delle opere di ingegneria idraulica meglio conservate dell'antichità.
“Ventiquattro secoli dopo, la galleria scavata da schiavi e ingegneri romani continua a regolare le acque del lago. È un'opera che nessuno ha mai osato manomettere.”INGV · Osservatorio Vesuviano
Il degassamento e i pericoli
Sotto il lago, la caldera è ancora viva. Piccole emissioni di anidride carbonica salgono dal fondo. Nel 1989 uno studio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia rivelò che, se accumulata in condizioni di ristagno, la CO2 potrebbe raggiungere concentrazioni pericolose — un fenomeno noto come "eruzione limnica", lo stesso che nel 1986 uccise 1.700 persone al lago Nyos in Camerun.
Il rischio per il Lago Albano è considerato basso: le acque sono ben rimescolate, i venti termici estivi favoriscono lo scambio verticale, e il monitoraggio dell'INGV è costante. Ma il fatto stesso che quel monitoraggio esista racconta una verità semplice: il vulcano non è morto. Sta solo aspettando.
Vivere sopra un vulcano
Castel Gandolfo, come Ariccia, Genzano, Nemi, Marino, sorge sul fianco della caldera. Il tufo con cui sono costruite le mura del borgo è la stessa roccia che il vulcano ha eruttato migliaia di anni fa. Il vino Frascati, così minerale, prende sapidità dai terreni ricchi di potassio e cenere. Le pesche di Castel Gandolfo devono la loro dolcezza alla combinazione unica di suoli vulcanici e microclima lacustre.
Il vulcano non è un mostro dormiente. È l'elemento che ha plasmato tutto: il paesaggio, l'economia, la cucina, l'identità stessa dei Castelli Romani. Il Lago Albano non è un lago. È un vulcano che si è messo a specchiarsi.