Storia · Archeologia

Il criptoportico di Domiziano — trecento metri sotto il palazzo.

Criptoportico romano con volta a botte, luce calda dai lucernari, pavimento in pietra

Se cammini nei giardini di Villa Barberini, sotto di te c'è un tunnel lungo trecento metri. Fu scavato duemila anni fa perché un imperatore potesse camminare senza essere visto e senza sudare. Si chiama criptoportico, e regge ancora il palazzo che i Papi hanno abitato per quattro secoli.

La parola viene dal greco: kryptos, nascosto, e portikos, portico coperto. Nell'architettura romana di età imperiale, un criptoportico era un corridoio ipogeo con volta a botte, chiuso su un lato dalla collina e aperto sull'altro attraverso una serie di piccole finestre alte, dette lucifera. Serviva a due cose: passeggiare al fresco in estate, e passeggiare al riparo in inverno. Nel caso di Domiziano, serviva anche a una terza: passeggiare senza essere visto.

L'imperatore Domiziano (81-96 d.C.) fu un uomo dalla paranoia crescente. Il poeta Giovenale lo soprannominò il calvo Nerone, e Svetonio racconta che negli ultimi anni fece rivestire le pareti della sua stanza da letto con lastre di marmo pario, così che chiunque si avvicinasse fosse riflesso come in uno specchio. Il criptoportico di Castel Gandolfo, scavato tra l'81 e il 96 d.C. sulla terrazza inferiore dell'Albanum Domitiani, va letto in questa luce: non solo comodità, ma anche difesa.

Come è fatto

Il tunnel è largo circa quattro metri, alto cinque, e si sviluppa in linea retta per circa trecento metri lungo il pendio che affaccia sul lago. La copertura è a volta a botte in opus caementicium, il calcestruzzo romano composto da malta di calce, tufo e frammenti di travertino. Le pareti alternano tratti in opus reticulatum, con piccoli blocchi di tufo disposti a scacchiera, e tratti in opus mixtum, con corsi di laterizio a intervalli regolari. Ogni tot metri, una finestra rettangolare alta due metri si apriva verso ovest, verso il lago: da lì entravano la luce e la brezza, ma restavano invisibili gli occupanti dall'esterno.

“Domiziano si fece rivestire di lastre di marmo la stanza da letto perché tutti quelli che si avvicinavano fossero riflessi come in uno specchio.”
Svetonio, Vita di Domiziano, 14

Perché è ancora lì

La villa di Domiziano non sopravvisse a lungo come residenza imperiale. Adriano ci passò brevemente in attesa che venisse ultimata la sua residenza a Tivoli; Marco Aurelio vi si rifugiò durante la rivolta del 175; sotto Settimio Severo il complesso ospitò le castra dei suoi legionari partici. Poi il declino: i marmi furono sistematicamente asportati per Albano e, nel Trecento, per il cantiere del duomo di Orvieto. Ma il criptoportico rimase, perché era interrato. La sua stessa natura sotterranea lo protesse dal saccheggio delle pietre.

Quando Taddeo Barberini, nipote di Urbano VIII, acquistò il terreno nel 1631 per farne Villa Barberini, i muratori del cantiere lo scoprirono e ne compresero il valore. Il criptoportico fu integrato nell'assetto della villa senza essere alterato. Oggi corre parallelo al giardino formale della terrazza superiore, e in alcuni punti è visitabile su prenotazione con guide dei Musei Vaticani ([Musei Vaticani](https://www.museivaticani.va/)).

Come si visita

L'accesso al criptoportico non è compreso nel biglietto standard delle Ville Pontificie. Serve prenotare una visita guidata specifica al percorso archeologico, che comprende anche il ninfeo Bergantino e i resti del teatro imperiale. Il tour dura circa novanta minuti, si tiene solo con guida autorizzata dello Stato Città del Vaticano, e non è accessibile in caso di residenza papale in corso.

Chi lo percorre, in genere, resta colpito da due cose. La prima è il silenzio: il tunnel è a cinque metri sotto il livello del giardino, e i rumori del parco arrivano attutiti, come attraverso ovatta. La seconda è l'aria: dopo duemila anni, il criptoportico mantiene ancora oggi una temperatura interna costante intorno ai quindici gradi, in inverno come in estate. È l'ingegneria climatica di Domiziano che continua a funzionare, ventuno secoli dopo il collaudo.

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